La palla ovale senza contatto fisico e con le bandierine per eludere i rischi del coronavirus

Giovanbattista Venditti: il Tag Rugby è il futuro

Tag rugby, definito anche flag rugby

Intervista di Rocco Coletti:

Venditti, come ha trascorso la quarantena?
«A casa dei miei, ad Avezzano. Ero tornato con la famiglia per stare qualche giorno, il 16 febbraio scorso. La domenica sarei dovuto ripartire per Parma dove risiedo attualmente, quando è uscita la notizia che in Emilia Romagna erano state chiuse le scuole. Tanto vale, ci siamo detti, restare qualche giorno. Poi, qualche giorno è diventato qualche settimana e ancora qualche mese. È stata una benedizione enorme, perché mi ha permesso di stare con i miei e di ritrovare quell’ambiente familiare in cui sono cresciuto».
Lei dove risiede?
«Io vivo a Parma, dove ho chiuso l’attività agonistica ad alti livelli. Ma abbiamo ristrutturato casa a Piacenza, è lì che la famiglia si stabilirà, nella città di mia moglie».
Che cosa ha fatto in questi mesi?
«Un po’ mi sono occupato, con gli altri ragazzi dell’Avezzano Rugby, lavorando nel sociale, facendo la spesa al mattino, poi consegnata al pomeriggio alle famiglie fragili, quelle più esposte al virus che rimanevano in casa. A parte questo, ho letto tanto. E, soprattutto, ho aiutato i miei bambini a fare i compiti».
Come mai ha deciso di tornare ad Avezzano, anche se poi di fatto non è mai sceso in campo causa coronavirus?
«Io sono un po’ romantico. Ho lasciato Avezzano per andare a Roma, alla Capitolina, che avevo 15 anni. Ho avuto sempre in testa l’idea di tornare lì dove è tutto iniziato per chiudere il cerchio. Secondo me, era il momento giusto. Mi piaceva l’idea di tornare a casa, condividere il campo con i compagni di un tempo, volevo mettere a disposizione la mia esperienza».
Se ne riparlerà la prossima stagione?
«Possibile. Si vedrà in futuro».
Già, ma ripartirà il rugby? «Sarà una sfida enorme. Il nostro sport è classificato, insieme al pugilato, come quello più a rischio Covid-19. Occorre prendere atto che il mondo è cambiato, bisogna pensare fuori dagli schemi».
Come?
«L’idea potrebbe essere quella di sviluppare il tag rugby».
Sarebbe?
«Il rugby senza placcaggi e senza mischie, con ogni giocatore munito di bandierine ai fianchi. L’obiettivo è sempre quello di fare meta, ma per bloccare l’avversario bisogna sfilare la bandierina ai fianchi anziché ricorrere al contatto fisico».
Non è più il rugby.
«Ma è anche l’unico modo per continuare a fare il rugby, a meno che il virus venga sconfitto e non ci siano preclusione a svolgere la nostra attività sportiva. La proposta del tag rugby è anche una via di sviluppo, riferita ai giovani. Uno sport chiaro, sicuro e affidabile, già rodato all’estero e in Italia. È praticato soprattutto dai bambini».

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Il tag rugby, definito talvolta anche flag rugby, è uno sport totalmente privo di contatto che viene giocato indossando all’altezza della vita una cintura di velcro alla quale sono legate due nastri al disopra delle anche.
Il modo di giocare è simile al touch rugby, ma il “tocco” viene in questo caso sostituito dal tentativo della difesa avversaria di strappare uno dei nastri al portatore di palla avanzante. Questa azione sostituisce il placcaggio del rugby classico e impone al giocatore che ha subito il “tagging” di passare velocemente il pallone a un altro compagno. Dopo sei tentativi di avanzamento andati a vuoto sarà la squadra avversaria a passare alla fase di attacco. L’unico modo di realizzare punti consiste nel conseguire una meta (vale un punto). Il pallone non può essere calciato tranne che nell’avvio del gioco. Il numero di giocatori per squadra normalmente è variabile, ma nelle competizioni ufficiali le squadre sono formate da 7 giocatori.


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