La teoria del campo

Il primo campo da gioco dove l’USA Rugby Avezzano mosse i suoi primi passi (e i primi placcaggi, si fa per dire) fu quello di Cesolino. Non esattamente Twickenham eppure, per noi, era come se lo fosse. Rigorosamente in pozzolana levigata e taglienteche, in caso di pioggia, diventava come lame di rasoio, quando il generale inverno bussava alle porte si trasformava in un campo da battaglia. Praticamente il terreno “ideale”per giocare a rugby.

Nonostante cadervi di faccia o di schiena non fosse il massimo del piacere fisico, nessuno si risparmiava nei placcaggi, nelle mischie e nelle ruck che, all’epoca, erano paragonabili all’essere investiti da un tir in piena corsa a cui non riuscivi neanche a prendere la targa. Senza dimenticare l’assenza dell’acqua calda che ci costringeva a docce gelate. Ma nessuno storceva il muso e si andava avanti consapevoli di stare praticamente uno sport per “uomini veri”.

I giocatori di quella generazione, e di quella successiva, si sono allenati praticamente ovunque. Allo Stadio dei Pini, a nord della città, immerso nella bellissima pineta che circonda tutta l’area, dovevamo condividere il campo con l’Avezzano Calcio. In che modo? Semplice, una metà campo ciascuno. A noi, peraltro, non di rado capitava di dover dividere quella che ci spettava con la locale società di hockey su prato. Nel frattempo, però, vi era anche l’atletica leggera che, giustamente, reclamava i propri spazi. E così, oltre a dover schivare i placcaggi, spesso eravamo costretti anche a lisciare giavellotti, pesi e dischi vari. Che poi, a pensarci bene, anche quello poteva essere un allenamento. Magari sui riflessi.

L’esordio in prima squadra e la prima trasferta in Sardegna

Per un lungo periodo lo storico e mitico Stadio dei Marsi fu sede dei nostri allenamenti,oltre che di svariate partite di campionato. Personalmente ho un vivido e piacevole ricordo del “dei Marsi“ in quanto, nel 1980, a soli quindici anni feci l’esordio in prima squadra. Alla fine degli anni ’80 tenemmo la nostra prima trasferta in Sardegna, precisamente ad Alghero. Partimmo alle tre di mattina per arrivare all’aeroporto di Fiumicino e, una volta sul posto, riuscimmo a perderci. Ci ritrovammo in tempo per fare il check in e partire. Inutile dire che sembravamo l’armata Brancaleone. Al controllo del metal detector un nostro compagno fece scattare gli allarmi. Venne fermato dagli addetti alla sicurezza che gli chiesero perché avesse alcuni oggetti metallici in tasca, compreso un coltellino. Capirete bene che una certa apprensione scattò nei poliziotti. Eppure lui, molto sommessamente, rispose che gli serviva per sbucciare la mela. Le forze dell’ordine rimasero stupite, anche perché più che un coltellino sembrava un machete. Alla fine riuscimmo a partire. La trasferta proseguì con una visita alla bellissima città, un bel bagno e un’inevitabile sconfitta.

Il campo dei Frati Cappuccini, il campetto dell’Ente Fucino che era in salita o in discesa a seconda del verso in cui si giocava(aveva il suo particolare fascino perché era in erba), il campo di Borgo Via Nuova, di Borgo Incile e quello di San Pelino furono tutti teatro del nostro girovagare alla ricerca del “campo perduto”. Una chicca assoluta, da ricordare con un sorriso, furono anche alcune sedute svolte nel pratone del Monte Salviano, la nostra cara Pietraquaria.

Il vero must fu il campo di Paterno che, per diversi anni, ospitò i nostri allenamenti serali. Spogliatoi freddi e docce gelate rendevano il tutto più complicato ma non per questo meno passionale. Ricordo che amavo cambiarmi nel vano caldaia, poiché più accogliente e caldo degli spogliatoi stessi, a volte davvero al limite della sopportazione fisica. Il terreno era sempre ghiacciato e, se nevicava a dicembre,il ghiaccio si scioglieva a maggio. Praticamente sempre “all’appacina”.

Anno 2000 e l’ingresso al nostro primo campo da rugby

La svolta epocale, quella che radicalmente cambiato la storia del club, ci fu nel 2000 quando, dopo dieci anni dall’inizio dei lavori, con continui ed estenuanti solleciti da parte del presidentissimo Angelo Trombetta, il Comune di Avezzano ci assegnò il tanto sognato ed agognato impianto di Via dei Gladioli, quello dal quale non saremmo più andati via. Finalmente avevamo un campo tutto nostro, un manto erboso fantastico, degli spogliatoi accoglientima soprattutto uno stadio solo per il rugby. Diventò la nostra seconda casa, la culla dei nostri sogni, il luogo dove fare esplodere tutta la nostra irrefrenabile passione.

Adiacente al campo da giococe ne erauno in pozzolana doveci allenavamo per preservare quello principale. Lo ribattezzammo affettuosamente il “Dei Sassi” o il “Dei Tristi”, ma ce lo tenevamo molto stretto perché era tutto nostro e sempre disponibile. Terminava così la lunga e annosa questione della ricerca della location più adatta alle nostre esigenze rugbistiche. Salutammo, non senza commozione, lo Stadio dei Pini,teatro per tanti anni di mitiche “battaglie sportive”, fortino inespugnabile per i nostri avversari.

Il resto è storia di oggi

Le continue migliorie apportate, la costruzione ed ampliamento della club house, la palestra, la costante ed accurata manutenzione del manto erboso, i nuovi progetti sull’impiantistica sportiva che arriveranno nei prossimi tempi, fanno sì che il campo di via dei Gladioli, dal 2021, stadio “Angelo Trombetta”, sia uno dei migliori, se non il migliore, tra gli impianti sportidel centro sud Italia.

Vanto ed orgoglio di tutta la città di Avezzano,è conosciuto ed apprezzato in tutta Italia ed anche all’estero (negli anni scorsi l’Avezzano Rugby ha ospitato college neozelandesi, sudafricani e lituani che hanno ammiratole qualità del nostro impianto). Il salto di qualità del rugby marsicano non sarebbe stato possibile senza lo sviluppo e la continua crescita della nostra struttura, fantastico biglietto da visita da esibire con orgoglio e fierezza

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2 risposte a “La teoria del campo”

  1. Paterno ed il vano caldaie…ricordi gelidi. Con il gufo che aveva il nido la vicino ed ogni tanto sorvolava il campo mentre ci allenavamo.

  2. Un bel racconto e anche ben scritto. Bravo Lamberto. I ricordi sono ancora molto vividi. Quei sacrifici fatti senza un perché, solo per passione per questo strano sport e l’affetto che si era sviluppato, e che dura ancora oggi, tra i giocatori e i dirigenti, sopra tutti il Presidentissimo che aveva sempre urgenza di dire “du cose” che implicavano il fatidico intercalare “vojje bene a tutti”. E noi pure gliene abbiamo voluto e gliene vogliamo.

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