Missione allenatore

Come ogni mercoledì, ecco a voi un nuovo capitolo di questo blog che vuole portarvi, e portarci, alla scoperta di alcune pagine di storia dell’Avezzano Rugby.

Ma, prima di passare al nuovo argomento, c’è da fare una doverosa precisazione a completamento del precedente capitolo della rubrica, quello relativo a “I nostri azzurri”. Ho omesso di citare, per mera dimenticanza, il mio amico fraterno Luca Terrenzio tra i convocati in Nazionale. Era il 1984 e venne selezionato con la U17. Fu, tra l’altro, il primo atleta dell’Avezzano Rugby a essere chiamato in azzurro. Già l’ho fatto con lui in privato, però volevo scusarmi anche con tutti gli amici che ci seguono numerosi ogni settimana. Ciò detto, veniamo a noi…

Appesi gli scarpini al chiodo per raggiunti limiti di età nel 2005 e, su impulso dalla società, dopo 28 anni di rugby giocato, decisi di intraprendere la carriera di allenatore. Gli inizi non furono entusiasmanti, forse non ero pronto e in fondo mi sentivo ancora un giocatore. Insomma, non accettavo il fatto non poter giocare più. Però, nonostante tutto, realizzai che l’unico modo per continuare a scendere in campo, per sentire l’odore del prato e le scariche di adrenalina, per soffrire, gioire e incazzarsi era quello di diventare allenatore.

Iniziai dall’U15, come “vice” di Stefano Gallese che aveva intrapreso questo percorso alcuni anni prima. Partecipai ai corsi di primo livello al centro federale di Tirrenia e lì scoccò la scintilla tra me e la panchina. Fare l’allenatore di rugby non è semplicissimo, anzi, la nostra disciplina è la più inclusiva di tutte e si differenzia dalle altre perché tutti possono approcciare al mondo della palla ovale, qualsiasi tipo di fisicità, qualsiasi sfaccettatura caratteriale.

La nostra è una missione. Senza sconfinare nella presunzione, però vi spiego le ragioni: ho allenato nei vari anni i ragazzi tra i 14 e i 19 anni, a mio avviso l’età adolescenziale più delicata. Un coach ha a che fare con diverse personalità: dal ragazzo che si fa scivolare tutto addosso, il tipo che se gli fai una lavata di testa fa una risatina, a quello che quasi piange e ti tiene il broncio, poi c’è quello che all’inizio ha paura di esporsi o dell’impatto con l’avversario, e quello che “mette la testa dove gli altri non osano mettere il piede”.

C’è il ragazzo che, addirittura, ti mette allo stesso livello di un genitore, e quello che non ti degna neanche di uno sguardo, quello a cui devi frenare l’impeto e quello che devi continuamente spronare e pungolare perché possa rendere al meglio. Capita, a volte, che quando un allenatore partecipi alla partitella infrasettimanale diventi il principale obiettivo da placcare, da “rompere” (sempre affettuosamente).

La parte dolente di questa nostra missione è quando si è costretti a compiere delle scelte. Si hanno a disposizione venti “figli” e se ne devono preferire 15. Come spiegare ai restanti 5 che non partiranno titolari? Che poi, il principio cardine, è che tutti avranno spazio, ma la scelta iniziale ha un peso specifico che non si può ignorare. Puoi dire al ragazzo che partirà nei quindici la partita successiva ma lui, giustamente, capterà che per quel match hai scelto un altro e non lui.

Qualcuno potrebbe obiettare: “ma chi te lo fa fare?”. Prima di tutto: se fosse semplice non sarebbe una missione e poi, più semplicemente, l’abbraccio di un tuo atleta quando lo incontri fuori dal campo, oppure quando dialoghi con un padre e ti dice “non so cosa avete fatto a mio figlio ma comunque grazie di cuore“, sono soddisfazioni che riempiono di gioia. L’entusiasmo di vedere degli sbarbatelli diventare uomini, magari laureati che affermano che il loro successo è anche merito tuo, è emozionante.

Non mi è mai piaciuto essere un sergente di ferro nella vita e tanto meno in campo, però credetemi, ho avuto e sto avendo anche oggi molti riscontri positivi. Se non bastassero questi motivi il tutto si può racchiudere in “due parole”, come avrebbe detto il presidente Trombetta: amore e passione per il rugby.

Sono stato autocelebrativo e forse presuntuoso, ma posso affermare che tutte queste profonde sensazioni le ho condivise con i miei compagni di viaggio Luca, Loreto, Stefano, Alessandro, Gianni, Peppe, Paolo, Francesco, tutti “fratelli” da cui ho imparato qualcosa, ci siamo confrontati e a volte anche discusso, al solo scopo di perseverare nella nostra missione.

Nell’ augurarvi tanta serenità per queste imminenti festività natalizie e per l’anno nuovo, vi diamo appuntamento al 2023 con altri blog sulla nostra storia, sperando di non annoiarvi troppo. Viva il rugby!

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2 risposte a “Missione allenatore”

  1. Grande Lamberto, un esempio di passione sportiva per tanti giovani…persone come te lasciano il segno nella vita e nella personalità dei giovani atleti..indirizandoli ai valori del sacrificio, dell’impegno e dell’agonismo…grazie al tuo esempio di vita, incerte esperienze e malferme intenzioni iniziali sono diventate ferree volontà e progetti di vita. Da genitore di uno di quegli incerti ragazzi prestati al rugby e trasformato in un atleta e in uomo sotto le tue cure, posso solo inchinarmi davanti a un modello di sportività e ad un testimone di vita. Grazie!

    1. Grazie Salvatore le tue parole mi riempiono il cuore di gioia e di orgoglio
      Stima ed affetto
      Grazie mille ancora

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